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L’America non era prevista. O meglio, non era prevista ora.
In principio questo viaggio era diretto al centro, America, in cerca di caraibi, di giungle e di rane ma,
si sa, quando si viene assaliti dalla follia del viaggiatore tutto può
succedere e dalle isole remote di San Blas in pochi giorni ci siamo ritrovati
in California. Con una macchina e tante emozioni davanti. È arrivata così
l’America, senza bisogno di cercarla, è bastato avvicinarsi un po’ troppo che
il suo richiamo è arrivato oltre tutti i confini insieme alla sua offerta
generosa ed eccitante. Non ero pronto e quindi mi sono avvicinato con
l’ingenuità di un bambino che va a visitare un parco giochi, con tante idee
confuse e la testa che era pronta ad affrontare nuovamente la povertà invece
dell’abbondanza.
In questi giorni allora ho capito tante cose. Ho capito che
se in America la benzina deve continuare a costare 2,5 dollari al gallone, 50
centesimi di euro al litro, per far andare avanti le macchine di qua, che sono
enormi e che consumano come degli scuolabus, allora devo capire meglio anche la
guerra in Iraq. Finche si sentiva solo dire che era una guerra per il petrolio
non era facile comprendere come questo Paese sia automobile-dipendente e come
possedere una macchina non solo è cosa necessaria ma è una cosa scontata. Ho capito il sogno americano, l’abbondanza
che illude la ricchezza e la tendenza a fare tutto grosso, tutto enorme. Dalle
tazze di caffè alle strade, dagli hamburger alle persone, tutto in America è
oversize e questo ti fa sentire al sicuro, quasi si inizia a starci bene qua
dentro. La cosa più grande tuttavia sono gli estremi. A Venice Beach girano
personaggi woodstokniani che predicando erba libera e amore, platonico, per
tutti mentre qualche km più a nord ci sono cervelli che frullano nella silicon
vally a creare google e la apple. Insieme ad un sacco di soldi. Nelle zone
centrali degli States organizzano i Rodeo, fanno un gran casino e cavalcano il
toro incazzato ma se vogliono bere birra devono stare al chiuso e portare un
documento. L’ambiguità più forte è quella del rapporto tra macchina e strada.
Un’ostilità incomprensibile per cui la dove viaggiano in media automobili che
possibilmente potrebbero correre ad Indianapolis ci sono strade grandi e grosse
nel mezzo del deserto che presentano un limite di velocità di 100 all’ora. Non
di più. La polizia in fondo non la si vede un granché ma con la paura di
sbagliare ed essere beccato e le persone sembrano riuscire ad autoregolarsi,
creando solamente un poco della confusione che noi in italia saremmo capaci. Ho
capito come ci si sente a guidare una macchina decapottabile nel deserto. È una
sensazione intensa di libertà e potenza. Senza paura, con quella macchina rosso
fuoco che sfreccia nella death valley o su per la strada che scappa via da Las
Vegas. Ho capito perché ad un americano che prova queste emozioni
quotidianamente frega cazzi delle sorti del mondo. Ho capito perché qui in
america nascono le Gang e si uccidono per strada. Ho capito che tutta questa
gente che arriva è in cerca di una fortuna che non basta per tutti e allora non
rimane che ghettizzarsi con i propri simili in qualche postaccio cittadino e
costruirsi la propria fortuna con la forza e contro ogni regola. Messicani,
salvadoregni, honduregni, colombiani, panamensi, africani, russi, italiani, chi
viene rifiutato dalla società di conseguenza rifiuta ogni regola e tutto
diventa legge del più forte, la legge di quello che non ha niente da perdere e
neanche uccidere gli fa paura. Pensate le difficoltà nel gestire un paese
sterminato dove vivono altrettante, se non meno, persone che in Europa, quante
le difficoltà nel garantire la sicurezza di tutti quando gli spazi sono immensi
e la densità irrisoria. Ho capito che è per questo nasce il primo emendamento e
la garanzia ad ognuno di difendersi da solo, comprare un arma e sparare ogni
tanto. Ho capito come nasce il modello americano, attraverso i film e le serie
tv che tengono davanti lo schermo le facce ebeti di tutto il pianeta. Si
costruisce un sogno che parta dalla realtà e la glorifichi fino ad esplodere, un
sogno che prima di tutto è rivolto agli stessi americani che nonostante siano
così diversi e così lontani hanno bisogno di sentirsi uniti sotto uno stesso
stato, devono rincorre un sogno che Hollywood ha già confezionato ma che per la
maggior parte degli americani è ben lontano. Scordatevi le bionde tette gli
occhi azzurri e poi, scordatevi brad pitt e leonardo di caprio, l’americano
medio è così vicino ad Homer Simspon che solo ora ho capito la genialità della
sua satira. In spiaggia, per strada o dentro casa si vedono pance grasse a non
finire, esseri umani sproporzionati che contro ogni natura raggiungono il peso
specifico di un traghetto e iniziano ogni mattina con una bella concentrazione
di grassi e bevande gassate da fare invidia alla nostra colazione pasquale.
Dopo qualche ora arriva il momento del sogno proibito di ogni uomo: l’aletta di
pollo fritta. Solo nel vedere la loro foto da lontano inizia una salivazione
plavoniana incontrollabile e il solo pensiero di ungersi le mani con l’olio
raffermo che avvolge ogni piccola ala di pollo diventa una sorta di dipendenza.
Cesti da 6, 10, 20, 100 alette per un costo irrisorio e una salsa piccante
travolgente. È impossibile resistere al richiamo del grasso. Hamburger a 3
piani per 6.99, burritos a 0.99, bacon con il caffè, pancake a volontà fino
alle 11 del mattino, isole felici sparse qua e la per gli stati uniti con un
orgia di grassi tra KFC, Danny’s, Wendy, El Pollo Loco, Jack in the box, Mr
Charlie, Taco Bell. Lasciate perdere il Mc Donald perché qui è passato di moda
da un pezzo. Il resto è solo cibo senza amore per stomaci senza orgoglio, con
il solo desiderio di riempirsi fino a scoppiare con sapori forti e tanta carne
tra due panini per godere di essere ancora l’ultimo anello della catena. La
ciccia è ormai diventata un problema importante e anche i grandi marchi
sembrano iniziare a preoccuparsene. Forse spinti da un governo che vede il suo
popolo velocemente raddoppiarsi, in larghezza non in numero, le pubblicità
accennano ad una deriva salutista, poco credibile in realtà. Il pollo fritto
del colonnello allora si trasforma in pollo alla piastra, la coca-cola lancia
delle fantastiche lattine a zero calorie, le insalate acquistano sempre più
visibilità nei banchi del supermercato e sempre più spesso appaiono adesivi “Go
Vegan!”, almeno in giro per la California. Peccato che poi il pollo lo si
inzuppa nella maionese, la coca-cola dietetica si accompagna bene con un
hamburger, le insalate vengono coperte di salse poco raccomandabili e i Vegani
spesso sono gli stessi fattoni che da una vita girano dalle parti di Venice
Beach.
Karim dice che ormai l’europa ha dato quello che doveva
dare. Come si può pensare al futuro in un posto che ormai non produce più e
dove si trovano 300 milioni di persone, in uno spazio piccolo piccolo, che non
fanno più figli e che inizia ad affrontare il problema dell’imigrazione adesso
mentre negli USA hanno Obama. C’è troppa differenza, stiamo troppo indietro. Basta
pensare a questo paese in cui prendi la macchina, fai 2000 km passando dalle
spiagge della california al deserto del nevada e parli sempre la stessa lingua,
hai stesse leggi e canti lo stesso inno. Come fai a spiegare a quei due che
sono dello stesso paese. americani. E si dovrebbe provare a pensare a quando
100 anni fa per fare quei 2000 km ci mettevi 2 settimane, la gente moriva in
quel percorso, e come facevi a spiegargli che quei due erano fratelli,
americani, che c’erano leggi comuni che tutti dovevano rispettare, che tutti
dovevano votare un presidente solo, studiare le stesse cose e credere nello
stesso dio. In europa in 2000 km cambiano le lingue, le abitudini e le
fisionomie, passi dalla sicilia all’olanda e ti rendi conto che sono due paesi
che tra loro non condividono nulla. L’america allora non ci aspetta più, quella
già guarda all’Asia da tempi non sospetti e a noi può giusto invidiare le arti
antiche, non certo le nuove tecnologie. Se prima le migliori università erano a
disposizione per i nostri meucci e marconi adesso in quegli stessi posti c’è un
inflazione di Chan, Yang e Sun senza precedenti. Li prendono in Cina, Taiwan,
Singapore, Korea e li trapiantano a Stanford, Yale, Harvard e Berkley. Si
creano comunità nuove e si cerca di sfruttare il meglio di quei cervelli in
prestito fin quando non torneranno al proprio paese per creare una classe
dirigente nuova ed educata. A noi rimane qualche eccellenza, poca roba in
confronto alla massa, rimane qualche spicciolo di quell’educazione che noi
abbiamo creato e che senza combattere non siamo riusciti a trattenere.
Adesso invece immaginate di guidare nel buio del deserto del
Nevada quando la notte è talmente solitaria che non sai più se hai preso la
strada nella giusta direzione, solo non vedete l’ora di arrivare e non importa
dove. Mentre fate questi pensieri però dietro ad una piccola montagna vedete
una cupola di luce innaturale che copre le stelle in quella parte di cielo. Si
risvegliano i sensi e continuate a guidare fino a quando quel bagliore non si
trasforma in un raggio di luce e piano piano diventa una città. Una città
immensa che nasce dal nulla del deserto e che si estende a perdita d’occhio ed
è abbastanza il tempo di percorrere la prima arteria che porta verso il centro
di questo orgasmo luminoso per capire che quella che si ha davanti non è una
città come le altre. Las Vegas non è una città come le altre, Las Vegas è la
città del peccato, è la città dell’abbondanza, è la città dove soddisfare ogni
vizio del genere umano. Tutto è funzionante 24 ore su 24, potete giocare un
centinaio di euro alla roulette del Bellagio nel primo pomeriggio e andare ad
infilare qualche dollaro nel perizoma di una ballerina dopo qualche ora, potete
mangiare piatti di prima scelta, a volontà e per pochi soldi, in uno dei tanti
Buffet offerti dagli alberghi, potete andare al cinema o a teatro, utilizzare
sostanze, bere whisky, correre in macchina, vedere macchine correre, potete
andare a cavallo nel deserto alle 3 del mattino per aspettare l’alba, potete
giocare 100 dollari alla roulette e qualche soldo nel perizoma delle ballerine.
Las Vegas è la città del vizio senza virtù, se non quella di aver creato un
posto del genere, la città dell’abbondanza a poche miglia dalla Valle della
morte, dove tutto è denaro e dove anche l’uomo medio può sentirsi un signore
per qualche giorno. In tempo di recessione gli alberghi tagliano i prezzi e
accaparrano clienti che accecati dall’eccitazione si spera getteranno un po’
dei loro risparmi nell’orgia di luci e rumori dei casinò. Una stanza all’Hilton
quindi non costa più di 40 dollari e la soddisfazione di lasciare le chiavi
della macchina al parcheggiatore quando si arriva ti fa vivere momenti di superiorità
raramente conosciuti. Come è particolare intraprendere la Strip di Las Vegas e
dirigersi verso queste opere monumentali che sono i casinò che ricostruiscono
Parigi, New York o l’antica Roma, ognuno con la sua stranezza e la sua
roulette. Qui nasce anche questa storia molto interessante e ve la racconto
perché a me ha colpito non poco. Terry Fato, ventriloquo, figlio di un bidello
del Texas, a 43 anni suonati ha trovato il successo ed ora è definito il più
grande intrattenitore del pianeta. La sua arte è incredibile e vi suggerisco di
cercare i suoi video su youtube prima di continuare a leggere. Quando l’ho
visto la prima volta non riuscivo a crederci. Sembra banale ma quest’uomo con i
suoi pupazzi di pezza è riuscito a creare uno spettacolo mai visto prima.
Riesce a cantare ed imitare 100 voci diverse senza muovere le labbra e lo show
è talmente trascinante che non sembra essere una sola persona ad averlo congeniato.
La storia di Terry è un altro grande sogno americano. Inizia a cimentarsi come
ventriloquo all’età di 16 anni ma non raccoglie mai il successo sperato e tocca
il punto più basso della sua professione quando al suo primo spettacolo a
teatro si presenta solamente un bambino di 12 anni. La sua carriera continua
per lo più in macchina dove si vergogna a cantare mentre guida e quindi inizia
a farlo senza muovere le labbra, suscitando lo stupore degli altri autisti e
nel 2007 prova il disperato tentativo di iscriversi ad American Got Talent, da
noi ribattezzato XFactor. Da allora è un trionfo continuo. Vince l’edizione
dello show e porta a casa un milione di dollari e una serie di inviti a teatro
e feste private finche quest’anno non arriva la consacrazione: firma un
contratto di cinque anni con il casinò Mirage di Las Vegas per un totale di 100
milioni di dollari. Mica male per uno che fa parlare un calzino. Un altro sogno
americano.
Tanto per non farmi mancare nulla del sogno americano oggi
sono andato in ospedale. Con il brutto ricordo del film Sicko di Michael Moore
e un’assicurazione sanitaria non fatta perché come al solito tendo a rimandare
una spesa di 45 euro da pagare su internet, oggi ho vissuto una bella e
stressante esperienza nella ricerca di far dare un’occhiata, a gratis, alle
bolle rosse e grosse che da qualche giorno vengono fuori dappertutto. Ho
iniziato facendo una piccola ricerca su internet e ho appuntato i due o tre
ospedali di Los Angeles che la rete definisce gratuiti. Uscendo di casa, la
stanza del motel, vedo che dall’altra parte della strada c’e la migliore
soluzione al mio problema: Clinica di Dermatologia di Santa Monica. Fantastica
l’America, sempre un risposta a tutto. Entro per spiegare la mia situazione e
dietro lo sportello reagiscono come fosse entrato un cavallo a chiedere per il
bagno. Non hai l’assicurazione? Non sei nemmeno americano? Guarda, puoi fare un
consulto con il medico, poi lui ti fissa un appuntamento per i test e poi le
medicine. Più o meno saranno 500$, più tasse. Rispondo un bel beicojoni e
chiedo se conoscono un ospedale che può visitarmi gratuitamente e loro
rispondono a mezza bocca che posso provare più in la, un certo Carson. Ore13.
Inserisco nel GPS gli indirizzi appuntati e arrivo in mezzo a Los Angeles al
“Free Clinic of Sunset Boulevard”. Perfetto, non c’è fila, trovo parcheggio
facilmente e quando entro all’accoglienza non sono sorpresi. Mi parlano in
spagnolo. Comunque sia faccio vedere le bolle ma mi dicono subito che oggi il
dottore non c’è, posso prendere un appuntamento e alla fine mi danno una lista
di almeno 10, dei 30 totali, ospedali pubblici con pronto soccorso gratuito
nella Contea di Los Angeles. Arrivo al primo ospedale e qui subito si nota una
certa differenza. Accanto a me non c’è nessun americano medio, nessun bianco e
biondo neanche nel personale, sembra di essere precipitati di nuovo in centro
america e in ospedale c’è solo gente che parla spagnolo. Ma nonostante questo
neanche qui mi accettano e mi danno una lista di 3 ospedali che sono gratuiti
ma accettano anche stranieri non residenti. Il cerchio si stringe. Ore 15. Vado
alla fine allo stesso Carson che mi aveva suggerito la prima signora e la
situazione forse è ancora peggio. Sembra il Sant’Eugenio all’ora di punta con
un po’ più di casino e sebbene fossi tentato di andarmene e tenermi le bolle
faccio l’accettazione, mi danno subito
una carta e mi metto li ad aspettare tempi memorabili. Mi guardo attorno tutta
la serie di personaggi su cui potresti montare un film: quello grosso e babbeo,
il vecchietto vestito anni ottanta, la guardia che dorme, la cicciona che
sbrocca, il tossico che vuole un tranquillante e l’infermiera Laverne con cui
alla fine ho instaurato una sincera amicizia. Diciamo che al finale sono uscito
di li alle 19 con qualche pillola che sembra faccia il suo dovere e
un’esperienza che fa tornare l’America un po’ più vicina all’Europa. Il momento
più brutto tra l’altro è arrivato quando dopo tutta questa giornata arrivo
finalmente davanti alla dottoressa. Mi alzo la maglietta per mostrarle le nuove
venute e lei mi guarda con una faccia tra l’inorridito e lo stupefatto. Inizio
a pensare che lei non ha mai visto niente del genere e infatti è proprio quello
mi dice. Figurati io. Gli rispondo. Tant’è che chiama la collega che a sua
volta chiama un’altra collega e alla fine dopo un po’ di consulto e qualche
domanda mi danno tre pillole per una reazione a qualcosa. Ora va meglio,
speriamo che c’hanno preso
Mi ricordo quando otto anni fa ero tornato da uno dei miei
primi lunghi viaggi. Stavo facendo colazione quando ho visto in televisione il
secondo aereo schiantarsi contro le torri. Avevo provato anche uno strano senso
di soddisfazione in quelle immagini. Si perché l’America in realtà non mi
andava un gran che giù quel periodo e, anche se non è bello da ammettere, ho
pensato che se lo fossero meritato dopotutto. Oggi ero a New York e nonostante
avessi sulle spalle la stanchezza di un lungo viaggio e di poche ore di sonno
scomodo sono voluto andare a vedere cosa è rimasto oggi di quella tragedia.
Scendendo dalla metro credevo di non sapere bene dove dirigermi ma appena
salite le scale mobili è impossibile non rendersi conto di come ci sia un
grande buco la dove tutto intorno fanno da parete degli alti grattacieli. Ho
camminato intorno a Ground Zero in senso orario, come fanno i buddisti intorno
ai loro Stupa, per cercare di immaginare cosa fosse successo dalle diverse
angolazioni. In realtà è difficile pensare a cosa c’era prima di questa enorme
fossa, bisognerebbe pensare all’altezza maestosa di quelle due strutture alzate
nel centro della città e che dovevano sovrastare non di poco tutte le
costruzioni che avevano intorno, se no non si spiega come quegli aerei non
abbiano intruppato contro qualche altro grattacielo mentre puntavano le torri.
Fatto sta che oggi mi è sembrato difficile sentire la sofferenza che quell’11
settembre di otto anni fa ha causato nella vita di migliaia di famiglie
americane. Anzi, ancora una volta è sorto in me un fievole ma fastidioso dubbio
che continuava a farmi chiedere come sia possibile che dopo otto anni qui ci
sia ancora un buco? Ho pensato all’America, alla potenza, alla ricchezza e alla
forza di ottenere quello che vuole quando vuole. Ho pensato che in otto anni al
posto di quel buco l’America avrebbe potuto costruirci un gigantesco memoriale,
delle torri ancora più alte, una piscina o anche solo un parco che racconti al
mondo quella tragedia. Invece niente. C’è ancora un buco li. Un pacchiano
memoriale è stato arrangiato dentro una sala nei dintorni del World Trade
Center che fu e dentro l’area recintata ci sono diverse gru immobili e pochi
operai disinteressati che se la prendono con i turisti che vogliono portare a
casa una foto. Non lo so, mi è sembrato un po’ strano tutto questo. Ho ripercorso
allora nella memoria tutte le possibili occasioni in cui se avessi voluto avrei
potuto far saltare in aria un pezzetto d’America. Nella metro di New York come
nei casinò di Las Vegas, all’aeroporto di Los Angeles come sul ponte di San
Francisco, nessuno ha mai controllato la mia macchina o il mio zaino, sebbene
questo fosse gonfio come un pallone. Sono d’accordo che non è possibile vivere
nel terrore e che un paese qualunque non andrebbe più avanti se ogni persona
diventi un possibile pericolo per la comunità, però l’America mi è sembrata
fragile sotto questo aspetto e per garantire un estrema libertà a tutti corre
il rischio giornaliero che qualcuno dalle idee poco chiare voglia dimostrare
quello che lui pensa dell’America.
Ora me ne vado
dall’America con un po’ di consapevolezza in più del mondo. Accanto a me c’è
una donna abbondantemente sovrappeso che alla richiesta della hostess di
servirci qualcosa da bere gli fa “have you something like diet sprite?”.
Neanche un minuto dopo ha tirato fuori un burrito doppio che ora lo prende a
morsi con gusto. Questa è l’America, una grande, grossa e giuggiolona signora
che mangia un burrito con una bevanda dietetica. Credevo che l’America fosse un
mostro cattivo che piano piano volesse mangiarsi il mondo accanto a lei invece
ora mi rendo conto che il suo è un bullismo che nasconde l’insicurezza di
essere un paese di persone mediocri, persone per la maggior parte ignoranti ed
inconsapevoli del mondo esterno e che spesso non conoscono bene neanche il loro
mondo interno. È un paese di distrazioni e compromessi, di cibo e velocità,
dove il collante che tiene unito il paese non è una storia condivisa ma è soltanto il benessere. Forse si potrebbe
anche avere un po’ paura di questo mondo ricco e potente abitato in prevalenza da
mediocri. La speranza è che se i mediocri votano Obama forse allora non tutto e
perduto.
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